La campagna pubblicitaria di Esselunga ha generato dibattito pubblico e reazioni contrastanti. Ma dietro la polemica c'è una lezione di marketing molto concreta, rilevante non solo per i grandi retailer, ma anche per PMI e aziende che operano in settori altamente competitivi.
Il tema non è la campagna in sé, ma una questione più profonda: quando la comunicazione aziendale abbandona il buon senso commerciale per inseguire una narrazione che non corrisponde al proprio pubblico pagante, i risultati sono misurabili e negativi. È accaduto a brand molto più grandi di una PMI italiana, e può accadere a qualsiasi azienda che confonda i valori dei suoi dirigenti con le priorità dei suoi clienti.
Cosa succede quando il brand parla ai propri dirigenti, non ai clienti
Il brand activism — la pratica di schierarsi pubblicamente su temi sociali, politici o culturali — è legittimo e può funzionare. Ma solo se la scelta comunicativa rispecchia davvero il posizionamento dell'azienda e, soprattutto, la composizione del suo pubblico pagante. Quando invece le sensibilità dei marketing manager guidano le scelte comunicative indipendentemente dai dati sul pubblico reale, il rischio è concreto: alienare clienti che scelgono quel brand per ragioni molto più semplici e pratiche.
Una grande catena di distribuzione ha un bacino di clienti estremamente ampio e diverso. Alcuni sono fedeli per convenienza di ubicazione, altri per prezzi, altri ancora per abitudine. Comunicare come se quella platea fosse omogenea e allineata a una narrazione particolare ignora una realtà: il mercato è ampio, i gusti e le opinioni dei consumatori sono distribuiti lungo uno spettro molto largo. Inseguire una moda comunicativa del momento — che per definizione è transitoria — rischia di creare scontento in segmenti di pubblico non rappresentati in quella narrazione.
Perché questo è critico per PMI e aziende B2B italiane
Se il rischio esiste per un grande retailer con decine di milioni di clienti, è ancora più rilevante per un'azienda media o piccola. Una PMI non ha il volume di clienti per permettersi di perderne una parte significativa per scelte comunicative polari. Una struttura ricettiva — che sia un hotel, un ristorante o un locale — costruisce il suo margine su clienti ricorrenti e word of mouth: alienare anche una piccola percentuale di pubblico attraverso una comunicazione incoerente rispetto ai bisogni reali significa perdere marginalità concreta.
Il principio vale ancora di più per il B2B. Un'azienda che vende software, servizi o prodotti ad altre aziende ha clienti che scelgono in base a criteri molto specifici: funzionalità, prezzo, affidabilità, tempi di implementazione. Una campagna comunicativa che parla di altro rischia di risultare fuori fuoco e di distrarre dall'unica cosa che importa davvero: la proposta di valore commerciale.
Come calibrare la comunicazione sui dati reali, non sulle opinioni interne
Il primo passo è smettere di usare la comunicazione aziendale come specchio dei valori personali del management. Questo non significa abbandonare la coerenza o l'autenticità — significa strutturare le scelte comunicative sulla base di dati concreti: chi sono effettivamente i vostri clienti, quali messaggi li hanno spinti a scegliervi, quali hanno il potenziale di allontanarli. Un'azienda che conosce il profilo demografico, il reddito, le preferenze e i comportamenti d'acquisto dei propri clienti può comunicare in modo preciso e coerente. Un'azienda che comunica su base intuitiva o ideologica rischia di mancare il bersaglio.
Per una PMI, significa iniziare a raccogliere dati sui clienti: chi compra, quando, quanto, da dove viene, cosa lo ha portato a scegliere voi. Per un hotel o un ristorante, significa analizzare il profilo della clientela stagionale o ricorrente: ha senso comunicare in un certo modo se il vostro pubblico lo comprende e lo apprezza. Per un'azienda B2B, significa tornare a mettere il valore commerciale al centro della narrazione, non questioni che risiedono fuori dalla sfera di interesse del cliente.
Il secondo passo è separare nettamente la comunicazione aziendale dalla comunicazione di responsabilità sociale. Un'azienda può fare cose giuste, sostenibili, coerenti con valori reali — ma non è obbligato a farne una campagna pubblicitaria. La comunicazione commerciale ha un scopo: vendere o mantenere il rapporto con il cliente. La comunicazione di sostenibilità e valori è un livello diverso e deve rispondere a criteri diversi.
La lezione concreta: buon senso commerciale come criterio di filtro
Il buon senso commerciale è un filtro semplice ma efficace. Prima di lanciare una campagna, una PMI dovrebbe porsi la domanda: questo messaggio è coerente con il motivo per cui i miei clienti mi scelgono? Se la risposta è no, o se il messaggio rischia di creare reazioni polari nel mio pubblico, allora non è una scelta di comunicazione — è una scelta di opinione personale travestita da strategia aziendale. E il mercato punisce questa confusione.
Un hotel che comunica attorno a un valore particolare dovrebbe chiedersi: quanta parte della mia clientela quella comunicazione rappresenta davvero? Un'azienda B2B che parla di un tema generale dovrebbe verificare: questo è coerente con la mia proposta di valore e con ciò che i miei clienti enterprise mi chiedono? Una PMI che pensa a una campagna dovrebbe misurare: ho dati che mi dicono che il mio pubblico è davvero interessato a questo, o sto progettando in base a mie convinzioni personali?
La comunicazione funziona quando collega il messaggio al destinatario in modo preciso e misurato. Quando invece il collegamento non esiste, quando il messaggio parla ai convincimenti interni invece che alle priorità dei clienti, il risultato è frizione commerciale. Che sia un grande retailer o una piccola azienda, il mercato registra questa disallineamento e agisce di conseguenza.
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Fonte: Ninja Marketing